Nel cuore del Veneto, il racconto di un’agricoltura che nasce dall’ascolto del territorio
Tra scelte, limiti e rispetto del suolo, il biologico torna a essere un atto consapevole
Anna Magli
Negli ultimi anni il biologico ha smesso di essere una nicchia per diventare una presenza diffusa, quasi necessaria. Lo si trova sugli scaffali, nei menu, nel racconto quotidiano del cibo. Eppure, proprio questa diffusione ha trovato varie interpretazioni al suo significato originario. Non tutto ciò che è biologico racconta la stessa storia di agricoltura, né esprime lo stesso livello di responsabilità nei confronti della terra e dell’ambiente.
Parallelamente, accanto al biologico, ha iniziato a farsi spazio un altro concetto, più recente ma sempre più centrale: quello di agricoltura rigenerativa. Non si tratta più soltanto di ridurre l’impatto, ma di lasciare il suolo in condizioni migliori rispetto a come lo si è trovato. Una differenza decisiva, un chiaro segnale di come instaurate un rapporto di rispetto verso l’elemento che da sostentamento.
Secondo le analisi più recenti, anche nel dibattito tecnico, questa attenzione crescente nasce da una consapevolezza: il terreno non è una risorsa inesauribile, e nemmeno un semplice supporto della produzione. È un sistema vivente, fragile, che può impoverirsi rapidamente se sottoposto a cicli intensivi e poco equilibrati. Da qui la necessità di un cambio di prospettiva, che riporti al centro il tempo, la cura e la capacità di osservare.
In questo scenario, l’Italia continua a occupare una posizione di rilievo. I dati più aggiornati confermano un ruolo di primo piano nel biologico a livello europeo, non solo per estensione delle superfici coltivate, ma anche per la diffusione di pratiche che cercano di coniugare qualità, sostenibilità e identità territoriale. Una leadership che, però, porta con sé anche una responsabilità: quella di non fermarsi alla certificazione, ma di interrogarsi sulla direzione intrapresa.
Perché è proprio qui che si apre una linea di confine, meno visibile ma sempre più significativa. Da una parte un biologico che rispetta parametri e disciplinari, dall’altra un approccio che prova a spingersi oltre, accettando limiti e scegliendo di lavorare in profondità, spesso rinunciando a una parte della produzione per mantenere equilibrio e coerenza. Quest’ultimo orientamento qualifica alcune aziende agricole nell’ambito delle “eccellenze”, non solo per il prodotto che deriva dalle loro attività, ma anche per le scelte – spesso faticose – di instaurare con la terra un rapporto di reciproca collaborazione, su base paritaria.
Le aziende che lavorano in modo più consapevole raramente cercano di ampliare all’infinito la propria offerta. Al contrario, tendono a restringerla, a concentrarsi su ciò che il territorio può sostenere nel modo più naturale possibile. È una logica meno visibile, ma molto concreta: non forzare la terra, non adattarla a ciò che il mercato richiede, ma costruire un modello produttivo che parta da ciò che è possibile fare bene, nel tempo.
Allo stesso modo, il lavoro sul suolo diventa la mission aziendale. Non si tratta solo di evitare sostanze chimiche di sintesi, ma di restituire fertilità, di mantenere viva la componente organica, di favorire quei processi naturali che rendono il terreno capace di rigenerarsi. È un lavoro lento, che non produce risultati immediati, ma che nel tempo costruisce resilienza.
Dentro questa visione, anche la biodiversità smette di essere un concetto astratto. La presenza di insetti impollinatori, di varietà vegetali, di piccoli equilibri naturali diventa un segnale concreto di un sistema che funziona. Dove la vita torna a essere visibile, significa che l’agricoltura non sta semplicemente occupando uno spazio, ma sta dialogando con esso.
È in questo contesto che si collocano alcune realtà agricole italiane che hanno scelto di lavorare in modo selettivo, costruendo il proprio progetto su pochi prodotti, curati e coerenti con il territorio. Tra queste si inserisce anche Borgo Duss, di Nevesa della Battaglia in provincia di Treviso, che ha impostato la propria attività su una scelta precisa: privilegiare qualità e identità rispetto all’estensione e alla quantità.
Il loro percorso si muove tenacemente proprio lungo quella linea sottile che separa il biologico come pratica consolidata da un approccio più evoluto, attento non solo a ciò che si produce, ma a come lo si fa e a cosa si lascia dietro di sé.
Con l’obiettivo di individuare le eccellenze del territorio anche in questo settore, Glance ha deciso di approfondire il tema per capire come quest’azienda traduca questi principi nella quotidianità, distinguendosi come un modello agricolo sostenibile ,con scelte mirate, per offrire prodotti al top di gamma.
La vostra è una scelta produttiva molto precisa: lavorare su pochi prodotti. Quali sono? Da dove nasce questa impostazione e cosa vi ha portato a privilegiare questa direzione rispetto a un’offerta più ampia?
La nostra scelta nasce da un principio molto semplice: non vogliamo fare tutto, vogliamo fare bene ciò che la nostra terra ci permette di fare davvero bene. Oggi Borgo Dus lavora principalmente su alcune produzioni precise: vino, radicchio tardivo, asparagi, fragole di campo e alcune trasformazioni in vasetto. Sono prodotti diversi tra loro, ma hanno un filo comune: richiedono tempo, manualità, attenzione e un rapporto molto stretto con la stagione. Questa impostazione nasce dalla nostra storia familiare, dal passaggio di testimone da mio nonno Beppi a mio padre Gabriele, fino a noi. Sono cresciuta vedendo la terra lavorata con rispetto: non qualcosa da fruttare ma da ascoltare. Negli anni ci siamo specializzati: prima radicchio e asparago, poi la cantina e il vino, poi il radicchio di montagna e più recentemente i vitigni resistenti. Non sono state scelte casuali, ma tappe di un percorso fatto di esperienza, osservazione e anche sperimentazione.
Non abbiamo mai voluto costruire un’offerta infinita solo per rispondere al mercato: ogni coltura ha bisogno di spazio, cura e presenza quotidiana e ampliare troppo significherebbe perdere profondità. Per noi “piccoli numeri, grande qualità” non è uno slogan: è un modo di lavorare. Produciamo in quantità limitata perché vogliamo seguire ogni fase con attenzione, dalla terra alla tavola. Quello che proponiamo ai nostri clienti è lo stesso che mangiamo e beviamo noi in famiglia.
Non cerchiamo la quantità ma identità, coerenza e prodotti che raccontino davvero il luogo da cui nascono.
In che modo il territorio ha orientato le vostre decisioni? Ci sono colture a cui avete rinunciato perché non coerenti con l’ambiente in cui operate?
Il territorio orienta praticamente ogni nostra scelta.
A volte si pensa che fare agricoltura significhi decidere cosa coltivare e poi adattare il terreno a quella decisione ma per noi è il contrario: prima osserviamo il terreno, il clima, l’acqua, l’esposizione, il comportamento delle piante, poi decidiamo cosa ha senso coltivare. Siamo a Nervesa della Battaglia, tra il Montello e il Piave. È un territorio molto particolare: il Montello protegge e porta biodiversità, il Piave contribuisce a creare escursioni termiche e a ridurre l’umidità, due elementi importanti sia per l’uva sia per gli ortaggi. Ci sono colture che qui trovano una vocazione naturale, altre invece richiederebbero troppe forzature. E quando una coltura deve essere forzata troppo, per noi è già un segnale.
Un esempio concreto è la montagna. Nel 2015 abbiamo iniziato a sperimentare il radicchio tardivo in Valbelluna e a Cortina, cercando freddo, ventilazione e terreni più adatti a ottenere un prodotto dolce, croccante e sano. Anche sui vini di montagna il ragionamento è nato dall’osservazione. Alcuni terreni inizialmente pensati per il radicchio non erano adatti, anche per eccessi di liquame nelle gestioni precedenti, che portavano problemi di maturazione e marciumi. Da lì abbiamo scelto altri terreni a prato stabile per il radicchio e abbiamo iniziato a sperimentare piccoli vigneti di vitigni resistenti in un territorio ancora poco esplorato dalla viticoltura.
Per noi il territorio non è un limite ma una guida:ti dice cosa puoi fare bene, cosa devi lasciare andare e dove puoi provare a immaginare qualcosa di nuovo.
Oggi il termine “biologico” è molto diffuso. Secondo voi, cosa distingue un’azienda che si limita a rispettare un disciplinare da una che interpreta davvero questo approccio in modo più profondo?
Il biologico è una base importante, ma da solo non racconta tutto.
Rispettare un disciplinare significa seguire delle regole, ed è giusto che ci siano. Però, per noi, il punto non è solo cosa si può o non si può usare. Il punto è che rapporto hai con la terra.
Un’azienda può essere biologica perché rispetta i parametri richiesti ma interpretare davvero questo approccio in modo profondo significa andare oltre l’etichetta, cioè chiedersi ogni giorno se una scelta serve solo a ottenere un risultato immediato o se contribuisce anche all’equilibrio del terreno nel tempo.
Per noi la differenza sta proprio qui: non ragionare solo sulla pianta, sul frutto o sul trattamento, ma sul sistema intero.
In agricoltura spesso ci si concentra sulla parte visibile della pianta: foglie, tronco, grappoli, produzione. Noi invece crediamo che la parte fondamentale sia sotto terra: le radici, i microcapillari, i microrganismi, la sostanza organica: è lì che si costruisce la forza vera della pianta. Per questo abbiamo eliminato il diserbo chimico, lavoriamo con sovesci, compost aziendale, pacciamature biodegradabili, insetti utili, senape, facelia e pratiche che aiutano il terreno a rimanere vivo. Questo non significa non intervenire mai ma intervenire con consapevolezza. I trattamenti, quando servono, vengono fatti dopo aver valutato le condizioni specifiche dei nostri terreni: piovosità, umidità, temperatura, ventilazione e cicli delle malattie. Credo che la differenza sia questa: nel biologico vissuto solo come certificazione il fulcro è la regola; nel biologico vissuto come responsabilità il fulcro è il suolo.

Negli ultimi anni si parla sempre più di agricoltura rigenerativa. Vi riconoscete in questa prospettiva? E, al di là delle definizioni, quali pratiche adottate per mantenere e migliorare la fertilità del suolo nel tempo?
Sì, ci riconosciamo molto in questa prospettiva, anche se cerchiamo sempre di partire più dalle pratiche che dalle definizioni.
Oggi si parla tanto di agricoltura rigenerativa, ed è positivo, ma per noi il concetto è molto concreto: non basta non impoverire la terra, bisogna restituirle qualcosa. La terra non è un mezzo produttivo, è un organismo vivo. Se la tratti solo come una superficie da sfruttare, prima o poi si stanca. Se invece lavori per nutrirla, proteggerla e mantenerla attiva, nel tempo ti restituisce equilibrio, qualità e resilienza.
Nel nostro quotidiano questo significa usare il sovescio, creare compost dagli scarti di lavorazione di uva e ortaggi, favorire sostanza organica, utilizzare pacciamature biodegradabili, gestire l’acqua in modo razionale con irrigazione localizzata e salvaguardare l’ecosistema attorno al campo: insetti, alberi, fiori, siepi…
Nel vigneto, il sovescio è particolarmente importante. Le specie botaniche seminate creano una competizione positiva con le radici della vite, stimolando lo sviluppo dell’apparato radicale. Questo aiuta il terreno a fissare meglio l’azoto, aumenta la sostanza organica e rafforza la pianta anche nella parte fuori terra, rendendola più preparata a difendersi da malattie e stress.
È un lavoro lento. Le difese naturali non funzionano come un trattamento chimico, che dà una risposta immediata. Hanno bisogno di tempo, ma costruiscono un equilibrio più stabile.
A volte fare agricoltura in questo modo significa anche accettare più rischio, più lavoro e rese inferiori. Però ci permette di ottenere prodotti più rappresentativi del territorio, con più identità, più profumi e più coerenza. Non vogliamo solo raccogliere dalla terra. Vogliamo lasciarla migliore di come l’abbiamo ricevuta.
Nel vostro lavoro quotidiano, avete osservato cambiamenti concreti nei terreni o nell’ambiente circostante — penso alla biodiversità, alla presenza di insetti o all’equilibrio generale — che vi fanno dire che la direzione intrapresa è quella giusta?
Sì, e forse sono proprio questi segnali concreti a darci più fiducia.
Quando lavori tutti i giorni negli stessi campi, impari a vedere cose che da fuori sembrano piccole, ma che in realtà raccontano molto. La struttura del terreno, il modo in cui assorbe l’acqua, la presenza di insetti, lombrichi, impollinatori, erbe spontanee, piccoli equilibri che tornano a formarsi.
La natura parla, ma bisogna imparare ad ascoltarla.
Anche ciò che cresce spontaneamente nel terreno può dire molto: alcune erbe indicano eccessi idrici, altre possono segnalare squilibri nella concimazione. Per questo l’osservazione quotidiana è fondamentale, insieme alle analisi del suolo quando servono.
Negli anni abbiamo visto campi più vivi, più movimento, più biodiversità. La presenza di insetti utili, di api, di flora spontanea e di un ambiente più ricco ci fa capire che il sistema sta reagendo.
Non significa che non ci siano problemi. L’agricoltura resta sempre esposta al clima, alle malattie, agli imprevisti. Ogni annata è diversa e non si possono fare paragoni semplici. Ci sono anni più secchi, anni più umidi, momenti in cui serve intervenire e momenti in cui è meglio lasciare lavorare gli equilibri naturali.
Però cambia il modo in cui il campo risponde. Una pianta cresciuta in un terreno vivo è meno fragile. Un ecosistema più ricco è più capace di autoregolarsi. E un prodotto che nasce da questo equilibrio ha un’identità più profonda.
Per noi questi segnali sono importanti perché dimostrano che la sostenibilità non è solo un’idea da comunicare. È qualcosa che si vede, si tocca, si osserva in campo.
Crediamo che la natura riconosca l’impegno. Non sempre nei tempi che vorremmo noi, ma lo riconosce.
