Overtourism: il turismo senza misura e sostenibilità

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Flussi concentrati e consumo veloce dei luoghi stanno cambiando il volto delle Dolomiti, mettendo sotto pressione un ambiente fragile. Tra regole, permanenza e mobilità sostenibile, una via d’uscita esiste già

Anna Magli

Per anni il turismo è stato raccontato , nella sua crescita continua, un indicatore positivo: più presenze, più arrivi, più movimento. Oggi però questo paradigma mostra con sempre maggiore evidenza le sue fragilità ed i suoi limiti.

Il termine overtourism nasce proprio da qui: dalla necessità di definire una soglia superata. Non semplicemente un aumento dei flussi, ma una condizione in cui il numero di visitatori eccede la capacità di un territorio di accoglierli senza comprometterne l’equilibrio. Se inizialmente il fenomeno è stato associato alle grandi città d’arte, negli ultimi anni ha iniziato a riguardare in modo sempre più evidente anche le destinazioni di montagna, dove assume caratteristiche particolarmente critiche.

La montagna, infatti, non è uno spazio neutro, ma un sistema complesso costruito su equilibri delicati tra ambiente naturale, attività umane e risorse limitate. A differenza dei contesti urbani, non dispone di margini elastici: non può espandersi, non può assorbire indefinitamente nuovi flussi senza perdere qualcosa. L’overtourism si manifesta così in modo invasivo, trasformando il territorio sotto gli occhi di tutti: strade congestionate, parcheggi improvvisati che invadono prati e aree naturali, code agli impianti, traffico continuo lungo i passi dolomitici. A questo si aggiungono rumore, emissioni, pressione sulle risorse idriche ed energetiche. Segnali evidenti di un sistema che viene spinto oltre la propria capacità.

Uno degli elementi più critici non è soltanto il numero dei visitatori, ma il modo in cui questi si comportano. Il turismo contemporaneo tende sempre più a concentrarsi in pochi momenti e in spazi ristretti: poche ore, al massimo pochi giorni, in cui si cerca di condensare il maggior numero possibile di esperienze. È una modalità che entra in contrasto diretto con la natura stessa della montagna, che richiede tempo, lentezza, permanenza. In questo senso, l’overtourism non è solo un fenomeno quantitativo, ma anche culturale.

Parlare di sostenibilità, in questo contesto, è una necessità concreta. La montagna è un ambiente fragile per definizione: gli ecosistemi sono più vulnerabili, i tempi di rigenerazione più lunghi, le risorse più limitate. Quando i flussi turistici diventano eccessivi e concentrati anche la qualità dell’esperienza si abbassa.

A restituire con chiarezza questa trasformazione è anche chi opera quotidianamente sul territorio.
Francesco Morini, direttore dell’Hotel Sassongher di Corvara, osserva il fenomeno da una prospettiva privilegiata, quella di chi accoglie ma allo stesso tempo custodisce:

«Il problema principale è il turismo breve e concentrato: chi arriva per poche ore non porta un reale beneficio al territorio, non si ferma, non consuma, non entra in relazione con il luogo. Sale, parcheggia, scatta qualche foto e riparte. È un modo di vivere la montagna veloce, quasi schizofrenico, che non le appartiene. La montagna richiede tempo, lentezza, permanenza. Per questo bisognerebbe incentivare soggiorni più lunghi, almeno di quattro o cinque giorni. Non si tratta di un turismo elitario, perché esistono strutture per tutte le tasche: il punto è favorire un turismo più consapevole e sostenibile. Oggi invece vediamo traffico intenso e comportamenti poco responsabili, con famiglie che arrivano con più auto, strade congestionate, code agli impianti, passi dolomitici bloccati. Eppure esistono già alternative: a chi soggiorna nelle strutture viene offerta una card gratuita per muoversi con i mezzi pubblici nelle vallate, permettendo di visitare il territorio senza utilizzare l’auto. È un modo concreto per vivere la montagna in modo più rispettoso. Servono però anche scelte più nette, come limitare il traffico e prevedere un contributo per chi accede in giornata, come avviene in altre realtà europee. Contributo che può essere reinvestito nel miglioramento della viabilità, dei parcheggi.: tutti azioni che vanno a beneficio del turista stesso. Non è una punizione, ma una forma di responsabilizzazione. La qualità nasce anche dalle regole. E la montagna, per continuare a esistere, ne ha bisogno.»

Le sue parole riportano il tema a una dimensione concreta e, soprattutto, introducono un punto centrale: la necessità di ripensare il modello. Il problema non è il turismo in sé, ma la sua forma. Passare da una logica quantitativa a una qualitativa, dalla concentrazione alla distribuzione, dalla velocità alla permanenza significa riconoscere che la montagna non è uno spazio da attraversare, ma un ambiente da vivere.

L’overtourism, in questo senso, non è una tendenza passeggera ma un segnale. Indica che esiste un limite — fisico, ambientale, culturale — che non può essere ignorato. Riconoscerlo non significa fermare il turismo, ma renderlo più responsabile per proteggerne il futuro. Perché la montagna, prima ancora di essere una destinazione, è un equilibrio. E come tutti gli equilibri, può essere compromesso. Ma, una volta perso, difficilmente può essere ricostruito.

 

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